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Storia di un gioiello senza nome

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Quel giorno era freddo a Scanno, talmente tanto da far mancare la percezione delle dita delle mani. La piccola Federica era abituata a quel gelo: le entrava dentro, ma anziché intorpidirla, la faceva sentire viva. Correva con molta fretta quel pomeriggio, sgusciando tra un vicolo e l’altro, d’altronde era in ritardo per il consueto appuntamento.

Giunta innanzi al portone di legno la colse il timore di bussare. “Alla buon’ora bambina!” esclamò arcigna la donna che l’attendeva e dopo poco aggiunse: “Così non imparerai mai nulla. Per quest’antica arte occorrono pazienza, costanza ed impegno”. Federica a capo basso si sedette al suo posto ed iniziò a lavorare silenziosamente a tombolo. Un punto poneva e due ne disfaceva talmente puntuale e severa era la sua maestra.

Era quasi un anno che la bambina prendeva lezioni e aveva sentito ben pochi elogi. “Stai attenta. Concentrati. Non stai mica giocando, stai tessendo una storia.” la ammonì nuovamente. La piccola sbuffando domandò: “Cosa vuole dire?“. Il volto della donna si illuminò di un sorriso “Tramandi una parte di te stessa quando tessi, nel tuo lavoro ci sei tu ed i tuoi sentimenti“. Federica ascoltò ammaliata e si mise a lavorare con più zelo, dopo circa una mezz’ora mostrò soddisfatta il suo piccolo ricamo. La donna lo scrutò attentamente: “Non è bellino nemmeno per essere il tappeto di una casa delle bambole“.

Quelle parole le entrarono dentro con forte intensità tant’è che gli occhi le si riempirono lacrime e fuggì via. Corse fino in riva al lago. Senza fiato si sedette su una pietra e si mise a guardare il minuto ricamo: era molto carino invece. Vide qualcosa brillare poco distante dal suo piedino, incuriosita lo colse: era un ciondolo del quale restava solo la forma esterna. Giù di morale tornò a guardare la calma del lago. “Scusami” era la voce di un ragazzino , spaventata si voltò di scatto e sussurrò un flebile “si”. “Posso riprendere la mia forma? L’ho gettata in un momento di rabbia, per mio padre è uscita parecchio male”. “Sei un orafo tu?”. “Per adesso solo figlio d’arte. Ma un giorno lo sarò. Comunque piacere Francesco”.

Presentandosi si sorrisero vicendevolmente e caddero in un momento di assordante silenzio. “Ma è bellissima l’idea che hai avuto” disse il ragazzo entusiasta. “Di cosa parli?”, “Di porre il tuo ricamo fatto a tombolo nella mia forma, sembra creato apposta così”. Federica ammiccò “è vero non ci avevo fatto caso appoggiandolo”. Potrebbe essere un nuovo gioiello”. Federica sospirò: “un gioiello senza nome?”, “Ma no, poi un giorno ci penseremo. Perché ci rivedremo si?”. Lei arrossì “Chissà.. però penso proprio di si”.

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